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Prigionieri della Notte, la sindrome Hikikomori

Autore: Sara Plasenzotti

Ostaggi di sé stessi

«La ricerca dell’ordine e il fascino del caos: dentro questa lotta abita l’uomo, e ci siamo noi, tutti, ordine e disordine. Cerchiamo regole, forme, canoni, ma non cogliamo mai il reale funzionamento del mondo… è per gli uomini un eterno mistero…»

Questi brevi versi di Friedrich Nietzsche introducono ad una delle tante dicotomie che caratterizzano la vita dell’uomo: come il bene sta al male, il giorno sta alla notte.

In qualità di esseri dotati del dono della ragione, abbiamo bisogno di conoscere, prevedere, razionalizzare; l’interpretazione del mondo dicotomica, il bianco e il nero, ci permettono di distinguere tra giusto e sbagliato.

Nella notte trova dunque voce il grigio, la sfumatura tra ciò che è morale e presentabile e ciò che non lo è; le trasgressioni trovano uno spazio temporale entro la quale è socialmente accettabile manifestarsi. Quasi per una tacita globale convenzione, la notte è la collocazione perfetta per sfogare ciò che resta dormiente nella luce del sole, è il momento adibito alla rinuncia all’ordine per abbandonarsi al caos.

sindrome Hikikomori

Tra le tante categorie di persone che “vivono di notte”, ce n’è una particolare che sosta nell’ombra dell’anonimato: sono adolescenti e giovani adulti, affetti dalla recentemente scoperta patologia Hikikomori. Il termine deriva dal Giapponese (ひきこも), esito dell’accostamento tra “hiku”, significante “tirarsi indietro”, e “komoru”, “essere confinato all’interno”.

Si manifesta come un gradualmente crescente rifiuto di allontanarsi da casa, spesso confinandosi nelle camere da letto, ignorando anche le necessità fisiologiche. Il repentino rigetto verso l’esterno include le relazioni con amici e famigliari, giustificano tale atteggiamento accusando malesseri fisici o sintomi ansiosi; la forzatura ad uscire scatena raptus di rabbia e violenza.

sindrome Hikikomori

Uno dei primi a cogliere la frequenza e la gravità della condizione esperita da codesti giovani, fu lo psichiatra giapponese Tamaki Saitō: non fu solo responsabile del termine “Hikikomori”, ne tracciò un esauriente elenco di attributi funzionale all’anamnesi. Fino a pochi anni fa, sembrava interessare esclusivamente la popolazione Giapponese, venne infatti categorizzata come una “sindrome culturale internalizzante”, fatto indicativo l’attribuzione causale a peculiarità proprie della società di riferimento.

Il Giappone presenta infatti un ambiente culturale e famigliare scandito da rigorose regole, la cui osservanza consente alla famiglia l’occupazione di posizioni sociali rispettabili. Gli atteggiamenti del singolo si riflettono dunque sull’intero gruppo famiglia, di generazione in generazione; il rischio del fallimento e del giudizio, sono aspetti troppo concreti per consentire alla prole libertà nell’autodeterminazione.

Vengono infatti educati e guidati per intraprendere, brillantemente e senza opporsi, percorsi accademici e carriere lavorative imposte dai genitori; quando la volontà dei ragazzi non coincide, la loro quotidianità diviene teatro di un perpetuo conflitto tra bisogni di soggettivazione e timore del ripudio famigliare. Trovano così una scappatoia, un’alternativa: sfuggono all’implacabile scorrere del tempo, rinnegano la propria esistenza segregandosi, nascondendosi.

sindrome Hikikomori

La consapevolezza di “essere fermi”, sembra inasprirsi durante le ore diurne, brulicanti di stimoli che indicano la dinamicità del mondo esterno al proprio rifugio.

Diventa improvvisamente intollerabile il rumore delle tapparelle che si alzano, la luce solare che penetra bruscamente le pupille ancora dilatate dalla quiete della notte; insopportabile è il suono della sveglia che indelicatamente ricorda il presentarsi di un altro giorno.

Molto confortevoli risultano invece le ore notturne, silenziose, misteriose, ferme, ed inquiete, come questi ragazzi appartenenti al mondo dei cosiddetti “animali notturni”, ma avvolti in un silenzioso anonimato.

Trovano uno spazio confortevole “vivendo” vite virtuali in realtà virtuali, tramite social network e videogames online: creano degli avatar in cui identificarsi, per godere parzialmente della propria adolescenza, stringendo amicizie e instaurando relazioni sentimentali.

sindrome Hikikomori

Il ritiro e tali prototipi d’interazione, eludono le angosce di questi silenziosi e dimenticati abitanti della notte, che sostano in una dimensione sospesa tra l’essere vivo e l’essere morto.

Tra la ricerca dell’ordine e il fascino del caos, sembrano aver scelto la quiete del limbo; il loro silenzio risuona come un terrificante campanello d’allarme, simbolico dell’impatto che il sistema sociale esercita sulle psiche più fragili.

Autore: Sara Plasenzotti

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