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domenica, 22 Settembre 2022

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Le camere da letto

Un racconto di Maria Eugenia Sciuto.

Nella mia vita ho dormito in centinaia di camere, nel mondo.

L’abitudine al viaggio, fin dall’infanzia, ha caratterizzato tutta la mia vita. Sono riuscita a riposarmi, con la mente, anche in stanze  minuziosamente descritte, sul futon dove si coricava la protagonista di “Kitchen”,  di Banana  Yoshimoto, quando era stanca di giornate che la provavano nel corpo, tanto ad addormentarsi dopo aver bevuto una tisana calda, all’istante; nel letto di Henrik, nel castello freddo ai piedi dei Carpazi, così freddamente descritto da Sándor Márai ne “ Le braci”.

Le “mie stanze” sono state di ogni genere: piccola, ad incastro, perfetta e per me e la mia gemella in via Pacinotti, grande, inizialmente vuota, luminosa e spesso fredda, ora fin troppo piena in via T., dove abito.

Del prima e del dopo di questa stanza l’unica costante è il freddo in inverno.

La casa di Parigi, dove mi sono recata tante volte, ospite di un principe malese, è all’ultimo piano in rue Godot de Moroi,vicino a Place de la Madeleine.

Era accogliente, silenziosa, intima.

Mi sono sempre sentita a casa, lì.

Poi c’è la casa di Gioia a Izmir, l’unico posto dove quando tornavo ero accolta dalla sua tata, che silenziosamente mi pettinava i capelli, l’unica cui permettevo di farlo.

Una casa calda, solare, come la camera dove dormivo con mia sorella quando andavamo a trovarla in Turchia, per tantissimi anni.

Poco o nulla ricordo del letto e degli oggetti della stanza, inversamente tanto era il calore e l’amore lì.

Il mio luogo ideale, un miscuglio di racconti, lingue (francese, turco, spagnolo, greco, italiano, inglese)  e gesti che mi abbracciavano.

A Madrid sono stata ospite di un amico di famiglia, ambasciatore e diplomatico.

Lì ho portato a sorpresa mio marito, per la sua laurea.

Il letto era alto, oltre misura, le pareti bianche, le  lenzuola candide, i cuscini doppi e gonfi.

Tutto sembrava esplodere di luminosità e buon umore. Facevano da contrasto le travi di legno di un marrone vivo e lucido, e un gran comò, sempre di legno scuro.

La casa di Cortina è tutta legno e vetro, luminosissima.

Le camere sono tutte intarsiate nel legno chiaro, così come il parquet.  Le finestre si aprono su un panorama di monti, a 360°. Le camere sono sempre calde, riscaldate in pieno inverno al punto da poter girare in T-shirt e farsi la cioccolata calda per sfizio, non per scaldarsi. Anche l’illuminazione nelle stanze è calda e accogliente, contrasta con il freddo che c’è fuori.

La mia camera d’albergo in Egitto è sul battello con cui adolescente ho percorso il Nilo.

È piena di gioia, di notti passate sveglie, di vestiti all’aria, di lenzuola sfatte e sneakers ovunque. La camera sa di creme abbronzanti e trucchi, di chiacchiere fino a notte fonda, di giovinezza spensierata, di libertà, di sogni, quelli che ancora si credono fortemente realizzabili.

La camera da letto di Canazei in realtà sono due: la prima è composta da due letti a castello e ha gli anni della mia adolescenza; è piena di libri faticosamente portati in montagna, di  dizionari di greco e latino, per i quali la mia gemella ed io abbiamo persino fatto a botte per accaparrarceli per prime, pile di maglioni di lana, pantaloni, vestaglie, tutto quello che noi lasciavamo lì, perché lì puntualmente torniamo ogni Natale e Pasqua.

La seconda corrisponde all’età adulta, quella degli anni del matrimonio senza figli prima e poi con i tre, avuti nel tempo. È in un appartamento al piano di sopra, un sottotetto di legno con un enorme finestra sul cielo. È minuscola, calda e accogliente, se e quando riesco a non portar in montagna troppi vestiti. Il letto è scomodo, ma la notte passa, come tutto. Credo in realtà siano state più le fatiche prima, le preoccupazioni poi, a renderlo scomodo. I figli hanno mille richieste, oltre mille i loro pensieri. Per cui spesso non so cosa aspettarmi e la mente fatica a fermarsi, la notte, anche quando dovrebbe.

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